Trame perdute
cura di Loredana Rea

Persistenze Iconiche
a cura di Loredana Rea
 
Tradurre un’Immagine in una terminologia concreta, riducendola ad uno soltanto dei suoi piani di riferimento, è peggio che mutilarla, significa annientarla, annullarla in quanto strumento di conoscenza.
Mircea Eliade
 
L’arte di questi ultimi anni è percorsa da una doppia necessità: il bisogno di azzerare e quello ancora più forte di creare immagini, magari recuperandole dal substrato collettivo della cultura occidentale, per mescolarle poi a quelle generate da un linguaggio sintetico legato agli strumenti tipici della comunicazione globale.
L’assunto di partenza è innescare un ragionamento sulla densità di senso e, soprattutto, sulla capacità di trascendimento dell’immagine stessa, così che si possa arrivare a indicare circostanze alternative al di là del semplice richiamo al reale e alla sua rappresentazione, sia pure per frammenti. Frammenti evocativi che pur esprimendo la realtà non di esauriscono nei riferimenti al concreto, ma impediscono una lettura dell’opera come sistema di segni autosignificanti e autoreferenziali, per proporla invece come luogo - dello spirito più che della realtà fisica - in cui è possibile lasciare emergere la necessità di riappropriarsi della profondità della storia immaginale, di ritrovare l’opportunità di comprendere e comprendersi, di mettere a nudo le modalità più oscure dell’essere e vedere il mondo nella sua totalità.
L’immagine e la sua inquietante persistenza, superata ogni esigenza di una rappresentazione letterale, oggettiva, mimeticamente realistica per incamminarsi progressivamente verso una concezione del reale inseparabile dalla soggettività della visione interiore, offrono all’uomo l’opportunità di ridiscendere alle fonti più profonde della vita, lì dove l’organico si fonde indissolubilmente con lo spirito, per cogliere la realtà ultima delle cose.
Quella proposta con il ciclo di cinque mostre, tenutesi tra febbraio e giugno 2000 presso lo Studio Arte Fuori Centro di Roma, è dunque un’indagine (certamente parziale) intorno all’immagine, intesa però non come interesse verso le possibili forme di rappresentazione del reale, bensì come sostanza della vita spirituale, come rigurgito del passato che sale dal fondo dell’io a rivelare gli archetipi della nostra mente e della nostra cultura, per proiettarli attraverso l’arte nella prospettiva infinita del futuro (prossimo).
 
 
 
Teresa Pollidori
Trame Perdute
Dal 4 al 21 aprile 2000
 
Cultura evoca un'intellighenzia o degli iniziati che colgono il valore dell'occulto e magari anche vivono nei termini di esso ( ovvero di ciò che non è semplicemente dato per natura, come le idee, le qualità, l'anima, le virtù, le forme). Come dire i valori invisibili e il valore degli invisibili. L'occulto, proprio perché non è dato semplicemente per natura, proprio perché ha a che fare con qualcosa di artefatto, viene confuso con l'arte. Ma l'arte è la visibilità dell'occulto…
James Hillman, Trame perdute, Milano, 1985, paqg. 53/54
 
Nella serie di opere realizzate tra il 1994 e il ’95, emblematico passaggio dalla pittura alla sperimentazione del linguaggio della scultura, Teresa Pollidori distrugge la superficie del quadro. Slabbra l’ordito, dirada la trama del tessuto della tela, la sgrana, quasi, per aprire un varco tra lo spazio al di qua e al di là dell’opera, un canale di comunicazione tra l’esterno e l’interno, la presenza e l’assenza, il finito e l’infinito, il qui e l’altrove.
Ciò che resta del quadro è l’ossatura, il telaio su cui riannodare i fili spazzati dallo smarrimento di sé nel disordine generato dagli incomprensibili movimenti dell’anima e ritessere la trame delle idee perdute nella dimenticanza sistematica delle proprie radici.
Il quadro, perciò, sopravvive come dimensione simbolica, come luogo in cui si materializza la possibilità di conoscere se stessi, in cui giunge a compimento un complesso processo di introspezione, che ha come fine la rivelazione di sé (e attraverso sé del mondo), per superare l’incapacità di comprendere la realtà attuale, in cui l’unica legge sembra essere il caso e l’assurdo. Ma il quadro sopravvive anche, e soprattutto, come metaforico schermo su cui rendere visibili le tracce di un cammino solitario alla riscoperta degli archetipi della cultura occidentale, delle primigenie e comuni radici, per tornare a tessere le trame perdute di una consapevolezza dimenticata e impedire la sparizione del proprio essere nel e del mondo nell’evanescenza dell’oblio del tempo.
La ricerca delle radici, per ritrovare le motivazioni di inesplicabili scelte esistenziali, ha portato Teresa Pollidori a recuperare, lasciandole emergere dal substrato mnemonico collettivo, immagini sintetiche e per questo fortemente evocative: epifanie dell’invisibile da ripetere all’infinito sulle trame slabbrate di una tela.
Nella loro ricercata elementarità, nel loro raffinato minimalismo, sono moderne icone, effigi che, spogliate di ogni particolare e ridotte a segni sottili, circoscrivono e contengono l’infinita ricchezza delle sedimentazioni del tempo e delle stratificazioni della memoria, per restituire a ognuno come nel riflesso di uno specchio la consapevolezza di sé.
 
Marzo  2000                                                                                                                                                                                                     Loredana Rea